Tutti mobilitati, i geek e net-entusiasti italiani, contro la ‘censura’ che gli americani potrebbero accingersi a imporre al web, qualora passassero le due leggi in discussione al Congresso e al Senato – il SOPA e il PIPA – contro la pirateria. Talmente coinvolti dalla net civic protest che ha portato Wikipidia Usa a chiudere per un giorno, e Mark Zuckerberg, quello di Facebook, a postare sulla sua bacheca una cliccatissima nota d’allarme, da non essersi accorti che intanto, il SOPA, lo stavano facendo da noi. Danni da slacktivism (pigrizia dell’attivista) e marameo leghista ahimè.
L’iniziativa è dell’on. Fava, della Lega, già autore di un disegno di legge (poi abortito) genericamente ascrivibile alla categoria ‘censurare preventivamente e togliersi il problema’. Il parlamentare, stavolta, non ha proposto una legge – magari per non dare nell’occhio - ma ha presentato un assai meno visibile emendamento alla “leggiona” comunitaria – che è un po’ come inserire un capitolo sulle tecniche di preparazione della coda alla vaccinara in un trattato di economia.
Comunque, l’emendamento è passato, ancora solo in commissione. Ma lunedì – il prossimo 23 gennaio – andrà in aula dove, se nessuno provvederà ad abrogarlo, sarà approvato. E a quel punto che faranno, gli italicigeeks? Anche perché Fava non c’è andato certo leggero. Il suo emendamento (passato al vaglio del governo che ha espresso parere favorevole pur con un blando richiamo del ministro Moavero Milanesi) prevede infatti l’obbligo per un fornitore di servizi di hosting di procedere alla rimozione di un contenuto ‘pirata’ non quando l’Autorità competente lo avrà riconosciuto tale, ma quando qualcuno, chiunque, ne segnali l’illegittimità.
Cioè, uno Yahoo!, un Bing o un Google qualsiasi sarebbe costretto a rimuovere un dato contenuto (un post, un video…) se solo un signor Fava qualunque gli chiedesse di farlo, anche in assenza di prove. E già qui, non ci siamo. Si passa dalla inefficienza e labilità del diritto, anche d’autore , alla polizia privata. Ma non ci sarà, sant’iddio, una via di mezzo ?
Ma non basta. L’on. Fava vuole pure che i fornitori di hosting rimuovano non solo il contenuto segnalato ma pure i contenuti analoghi pubblicati da tutti gli utenti da loro ospitati. Basta cioè che uno segnali all’host che Tizio ha pubblicato un contenuto non suo perché l’host sia obbligato a rimuoverlo, sia dalle pagine web di Tizio ma anche da quelle di Caio e di Sempronio, che hanno a loro volta riprodotto il contenuto in questione. E questo, appunto, a dispetto del fatto che Caio e Sempronio (e magari pure Tizio) non abbiano in realtà violato la proprietà di nessuno.
Ora, la pirateria sarà pure una figata, ma è sempre un furto. Si vorrà riconoscere ai derubati il diritto a una protezione legittima, o glielo si deve a tutti costi negare, magari in nome della fede nella tecnologia dell’esproprio?
D’altra parte, pure la censura è un furto: di libertà, di creatività e anche di denaro – quello potenzialmente non generato dalla mancata creazione.
E dunque, se i net-entusiasti la smettessero di esaltarsi delle loro pippe global – un po’ ideologiche e molto auto-referenziali - diventando concreti, e se i politici, da parte loro, capissero che la loro missione non è giocare a ‘guardie e ladri’ usando le istituzioni come palo dietro cui appostarsi, ma contribuire allo sviluppo armonioso della società, ebbene le cose funzionerebbero meglio. Per tutti.
Ne parlerò in dettaglio nella puntata del Disinformatico di oggi (venerdì) alle 11 sulla Rete Tre della RSI, ma a costo di dire cose impopolari, mi tocca segnalare che la reazione isterica (denial of service a raffica) di Anonymous alla chiusura di Megaupload e Megavideo da parte dell’FBI fa esattamente il gioco di chi vuole difendere lo status quo del copyright e inasprirne le leggi. Proprio adesso che si stava arrivando a liquidare SOPA e forse anche PIPA, Anonymous realizza un autogol attaccando i siti di FBI, Dipartimento di Giustizia USA, Universal Music, RIAA e altri. Adesso le varie lobby potranno puntare il dito e dire “Visto? Ve l’avevamo detto che l’accusa di censura e la difesa della libertà d’espressione erano foglie di fico per poter continuare a scroccare.”
Prima di prendere le difese di Megaupload, leggete i capi d’accusa in sintesi o per intero. I suoi titolari non sono stati arrestati per semplice file sharing di materiale sotto copyright. Hanno fatto ben di peggio: riciclaggio di denaro, tanto per dirne una.
Inoltre sono diventati multimilionari scroccando le fatiche altrui (proprio come certi magnati della musica e del cinema). Non stiamo parlando di un gruppo di ragazzini che mette su un server per condividere le puntate introvabili di Magnum PI o sottotitolare in russoDoctor Who rimettendoci tempo e soldi. Stiamo parlando di gente che s’è fatta cinque Mercedes AMG e decine di milioni di profitti con Megaupload. Sicuri di volerli presentare come paladini della lotta contro la censura per la libertà di Internet? Un conto è il file sharing senza scopo di lucro; un altro è lucrare sul file sharing.
Io non ho problemi a elogiare la “pirateria” come modo per custodire la cultura e la libertà delle idee, ma qui rischiamo di trovarci dei compagni d’avventura decisamente imbarazzanti. Se fossi complottista, direi che sono stati scelti apposta perché spettacolarmente impresentabili.
Ma almeno un gesto, una finta. Una «mossa» tanto per far capire che la censura è una cosa odiosa, gli apostoli della libertà di stampa conculcata, potrebbero pure simularla anche in favore di un nemico. D’accordo, le Coop non si toccano, venerate come una reliquia sacra e quindi bisognose di robuste esenzioni fiscali, ma per questo il libro del patron dell’Esselunga Bernardo Caprotti, Falce e carrello (Marsilio), deve essere bandito, gettato al macero, bloccato nella pubblicazione, per sentenza di un tribunale che dovrebbe giudicare nel nome del popolo italiano e non in quello dei baroni dei supermercati politicamente corretti? Niente. Non una protesta, un sussurro, un sospiro. Niente di niente. Quelli della sacralità dell’articolo 21 della Costituzione: silenzio tombale. Quelli della compagnia di giro che agita le bandiere viola solo quando le aggrada: muti come disciplinatissimi scolaretti. In questo non viene solo sanzionato l’autore di un libro che contiene una diffamazione (che infatti, con una sanzione proporzionata, deve pagare una certa somma a chi è stato riconosciuto come diffamato), ma viene intimato di distruggere tutte le copie del libro incriminato. E non si chiede, come sarebbe stato lecito, di emendare le prossime edizioni del libro degli eventuali errori. No: si chiede che l’intero libro sia messo al rogo. D’accordo, gentili paladini a singhiozzo delle libertà mortificate, non riguarda voi, i vostri amici e i vostri affari e dunque i principi universali possono attendere. Ma insomma, una semplice parolina per dimostrare che non siete degli ipocriti incalliti, dei bugiardi seriali, potevate pure pronunciarla. Non dico una manifestazione a Piazza del Popolo con le attrici e i giornalisti Rai martiri, questo è troppo. Ma un comunicatino, una noticina, una protesta piccina piccina, solo per una questione di firma. Che mondo dimezzato che è questo. Dove si è garantisti con se stessi e forcaioli con tutti gli altri. Dove le intercettazioni sono un’imprescindibile esigenza investigativa se ad essere origliato è il nemico, e invece una vergogna barbarica se l’intercettato è un amico. Dove si piange perché si smarrisce la memoria della Shoah, ma non si trova nulla da eccepire, sull’altare dell’anti-sionismo politicamente corretto, se l’ambasciatore del moderato Abu Mazen all’Onu (mica uno sgherro di Hezbollah o di Hamas) dichiara che il futuro Stato palestinese che forse verrà riconosciuto nei prossimi giorni non potrà tollerare nemmeno l’ombra di un ebreo. Non di un israeliano, beninteso: di un ebreo e basta. Judenfrei , ma nel silenzio internazionale. Che mondo, dove i tribunali italiani decidono quale libro può uscire e quale no ma la cosa non interessa i difensori della libertà d’opinione. Della propria. Perché quella degli altri non è un argomento sexy. E neanche meritevole, figurarsi, di un frammento di un’indignazione altrimenti generosamente profusa. Pierluigi Battista